Le premesse alla base della ricerca di un senso profondo, ultimo per così dire, mi sembrano essere del tutto fallimentari. Non perché un senso non può esistere, primo o ultimo, personale o universale che sia, ma perché la ricerca del senso, che non è altro che la faticosa e spesso infruttuosa caccia a uno scopo al quale dedicarsi, a una fede alla quale potersi appoggiare, ci fa perdere di vista tutto ciò che sembra, a un primo sguardo fugace, non averne alcuno, di senso.

La nostra mente allena i nostri occhi ad abituarsi alla percezione di quella piuma rossa, passiamo anni a immaginarla, sognarne i contorni, inventare il movimento di un vento lieve in grado di cullarla. In questo modo perdiamo il volo dell’uccello carminio, schermiamo il viso mentre le sue ali attraversano il dorato disco del sole, che falsa i colori e ferisce lo sguardo. Solo grazie allo sforzo di guardare, di affrontare il dolore, potremo scorgere tra le scapole agili del piccolo volatile la nostra agognata piuma rossa.

E’ molto probabile che una volta festeggiata la conquista, brindato alla meta, il colore di quei resti di leggerezza ci inizierà a sembrare meno acceso, portandoci in breve tempo alla necessità di un’ulteriore caccia al senso.

Lungo la curva delle ali guizzanti, unite al corpo flessibile dal dorso serico e cangiante, il becco robusto, gli occhi liquidi, nell’unità delle piume, nell’unità dell’essere, quella piuma di senso, aveva deposto il suo significato profondo. Un osservatore attento, ma disinteressato, avrebbe goduto di quella visione nella sua interezza, trovando un senso altrettanto unico, anche se fugace, affidandolo alla sua storia personale, come un’immagine di profonda leggerezza, un momento di fuga dalla corsa quotidiana verso un nulla vestito di senso potenziale.